venerdì 16 ottobre 2009


- Mi chiedi se ho smesso di correre, se mi sono fermato a osservare. Vorrei dirti che è correndo che ho imparato a camminare. Che forse chi va via non ha colpa...proprio non poteva restare!
- Non sei credibile...
- Neanche la verità lo è mai.
- Non cambierai...
- Non voglio cambiare, voglio andare avanti.

sabato 1 agosto 2009


Orazio abitava all'ultimo piano di una palazzina malandata di via dell'Unità. Era un ex marinaio, un ex contrabbandiere, un ex marito, un ex ferroviere e chissà quant'altro. Noi lo stimavamo perché avevamo intuito che per capire la vita e le cose della vita bisognava separarsene. Era vecchio 7 amori - Orazio - e 5 denti e 11 promesse tradite e 3 appuntamenti con la morte mancati...e un numero imprecisato di rancori, ma era vecchio, troppo vecchio per ricordarsene. Abitava all'ultimo piano coi suoi anni e il suo passato da raccontare. Eppure non usciva mai da casa, mai che avesse voglia di vedere qualcosa che non fosse il suo televisore. La televisione gli teneva compagnia fino a notte fonda. E le finestre della sua stanza rimandavano nei vicoli quel bagliore e, sole, tenevano in vita il quartiere, appena puntellato dai suoi lampioni ubriachi. E ubriachi e stanchi e malconci tornavamo a casa noi, alla sera. Solo i più fortunati con una storia da raccontare l'indomani. E Orazio era il nostro faro. Se tornavi a casa tardi e solo come un pirla e lì in alto c'era ancora la luce accesa...beh..non era poi così tardi e forse non eri poi così solo (per il pirla non c’era scampo). Per alcuni di noi, cresciuti senza genitori o con genitori troppo occupati, era una specie di padre. Perché questo dovrebbe fare un padre in fondo: esserci...ed indicare la strada.

mercoledì 17 giugno 2009


OMAGGIO A CHARLES BUKOWSKI (Dieci Seghe, da Compagno di sbronze)


"Bukowski?", fa lui, "tutto a posto?" mi solleva. amico, mi sa che è meglio che resti qui stanotte." "NO. MALEDIZIONE, VOGLIO ANDARE AL BALLO DEI TAGLIALEGNA!" poi ricordo solo che mi trovai sulle sue spalle, quelle di Sanchez, e lui mi portò nel suo appartamentino del primo piano, sapete, dove lui e la sua donna fanno quella cosa, e poi mi trovai su un letto, lui se ne era andato, la porta chiusa, e poi sentii della musica di sotto, e delle risate, di tutti e due, ma risate gentili, senza cattiveria, e io non sapevo cosa fare, le cose belle giungono inattese, fortuna o persone che siano, alla fine tutti se la squagliano, beh, e a quel punto si aprì la porta, un fiotto di luce, ed ecco Sanchez."ohi, Bubu, una bottiglia di buon vino francese...bevila adagio. ti farà bene. dormirai. sii felice. non voglio dirti che ti amiamo. troppo facile. e se vuoi venir di sotto, a ballare e a cantare, a discorrere, o.k. fai quello che ti pare. eccoti il vino."mi allunga la bottiglia: la sollevo come se fosse una cornetta un po' strana, e poi ancora, e ancora.attraverso una tenda stracciata salta dentro un pezzetto di luna consumata. è una notte perfetta; non è la galera; tutt'altro. la mattina dopo quando mi sveglio scendo a pisciare, esco dalla mia pisciata, e li trovo tutti e due addormentati su quel divano stretto appena sufficiente per un corpo e le loro facce sono unite e addormentate e i loro corpi sono uniti e addormentati, perchè dovrei fare il sentimentale??? sento soltanto quel piccolo nodo alla gola, il blus della dolcezza a trasmissione automatica, che qualcuno ha, che loro non mi odiano nemmeno...che loro arrivano perfino ad augurarsi per me che cosa?...vado fuori prosciugato e addolorato e emozionato e disgustato e triste e Bukowski, vecchio, sole acceso dalle stelle, dio mio, in cerca dell'ultimo angolo, l'ultimo botto di mezzanotte, freddo Sig. C, grande H., Mary Mary, lindo come una coccinella su una parete, il calore di dicembre una ragnatela che mi attraversa la spina dorsale eterna, Pietà come il morto ragazzo di Kerouac disteso attraverso i binari della ferrovia messicana nel luglio eterno delle tombe sprofondate, li lascio lì nel loro coro d'oro, il genio e la sua innamorata, tutti e due migliori di me.

venerdì 15 maggio 2009

Mi ero ripromesso che non avrei postato testi che non fossero i miei su questo pezzo di mare che ho voluto ritagliarmi. Tuttavia in questo periodo turbolento mi riesce di scrivere così poco.. e non saprei davvero dire quando cambierà. Allora tutto quello che posso fare è condividere una delle cose più belle che abbia letto di Stefano Benni - e sono tante - negli ultimi mesi. Un buon narratore può salvarti quando nessun'altro può farlo.

La teoria del "Bonus vitale individuale" (da Elianto)

“Io credo- disse Talete- che la morte di una persona non dipenda da una malattia o morbo che dir si voglia. le malattie sono, diciamo così, dei trucchi con cui il Supremo Manovratore dissimula il vecchio meccanismo della vita e della morte, e cioè il Bonus Vitale Individuale. Se mi consentite, esimi paracolleghi, vi esporrò la “teoria del bonus” abbozzata da Cornelis Noon nella sua Terza Fase Manicomiale e da me sviluppata e perfezionata. Codesta teoria sostiene che a ogni essere vivente prima della nascita viene assegnato un bonus di attività vitali, che lo accompagnerà nel suo cammino terreno. Per fare un esempio, nel bonus sono compresi:
trecentomila birre
un milione e diciassettemila starnuti
trenta viaggi all’estero
la possibilità di dire seicentosedicimila volte la parola “insomma”
seicentoventitrè pediluvi
un milione di gelati
tre grandi amori
nove biciclette
seicentodue bagni di mare
sessanta litri di lacrime
quarantasei chilometri di spaghetti
trecentosettantamila errori di ortografia
quarantamila cruciverba
tre uscite di strada a centoventi
tremila ore di poker
dieci milioni e settemila tra sigarette, sigari e tiri di pipa
sedici grosse disillusioni
E così via per un totale di 10 elvato 14 voci.
-E come avete calcolato la cifra?- Chiese siliconi.
-Ho detto “circa”. Mettiamo allora che Tizio sia trovato morto per uno scaramaccino, infarto, ictus. Il medico non avrà dubbi: è colpa del cuore trascurato, delle sigarette, dei trigliceridi. Nulla di più falso. Avrebbe potuto continuare a fumare e mangiare: la colpa è dello sforamento del bonus! Lo scaramaccino è stato solo l’arma del delitto, come avrebbe potuto esserlo un incidente stradale, o lo sbranamento da parte di una tigre, o un vaso di fiori da un ottavo piano. Tizio è morto, ripeto, perchè un attimo prima dell’ictus, ha magiato il milionesimo gelato, o ha detto “insomma” una volta di troppo, o ha pianto una lacrima in più di quelle che gli erano consentite. Naturalmente, c’è chi nasce particolarmente sfortunato: se un tale ha come bonus un solo starnuto o un solo litro di latte, non gli servirà a nulla avere trecentomila scopate a disposizione. Il poveretto starnutirà o tetterà e lo troveranno secco nella culla. Un bonus abbondante, ecco la vera salute!
-Ma come si può sapere qual’è il nostro bonus?- domandò Satagius
-Non si può, ecco il punto! Qua sta l’astuzia del Manovratore, che lo ha nascosto in chissà quale inaccessibile sottocodice genetico. Perchè? Perchè se noi sapessimo che la nostra vita è sottoposta alla legge inesorabile di codesto bonus, avremmo paura di tutto. Fumerebbe lei una sigaretta sapendo non già che fa venire il cancro (infatti lo sa e fuma lo stesso), ma che potrebbe essere l’ultima del bonus? Altro esempio: lei conosce una meravigliosa creatura di nome Rosalinda, ma anni prima ha già avuto una relazione con una fanciulla omonima. Non le verrebbe da pensare che il suo bonus di rosalinde ne comprende una sola, o che il suo bonus di baci con rosalinde sia pericolosamente vicino all’esaurimento? Per questo il Manovratore, nella sua divina scaltrezza, simula malattie, incidenti, fatalità e noi tiriamo avanti consumando il nostro bonus, e magari siamo in bilico sull’ultimo metro di tagliatella, abbiamo sulla punta della lingua la parola che ci ucciderà, ignoriamo che ci restano solo due tramonti sul mare.

E così incosciente e frale

ognun passa il suo tempo mortale.

-Da quel che dice- disse Siliconi -allora non varrebbe la pena di curare le malattie, tanto è il bonus che decide.
-No! Le malattie devono essere curate per solidarietà, e questo è tanto più nobile in quanto è vano. Bisogna fingere che siano importanti, altrimenti tutti si accorgerebbero che c’è nel nostro destino qualcosa di ben più pericoloso. Inoltre sono portato a ipotizzare (anche se i miei studi al riguardo sono appena all’inizio) che probabilmente alcune malattie sono proprio una difesa contro il bonus. Mettiamo ad esempio che le stia per scadere il bonus di passeggiate in riva al mare, tac, un bel colpo della strega e lei eviterà la camminata fatale. Lei ha già il biglietto per l’ultimo concerto per piano concessole, e voilà, una improvvisa sordità la mette al riparo. Le malattie consentono di fermarci sull’orlo del precipizio.
-Assurdo- disse Siliconi accendendosi una sigaretta.
-Mica tanto- proseguì Talete -ecco, ora lei ha acceso una sigaretta, magari è la numero 189.765.621 e non accadrà nulla, ma se il suo bonus nicotinico è di 189.765.622 alla prossima le verrà un colpo e diranno: per forza, era un fumatore. Ma forse lei potrebbe morire per aver detto una volta di troppo “assurdo”, oppure (come rilevo attualmente), perchè si sta toccando le palle. Pensi se il suo bonus di scongiuri si esaurisse ora!…
-Basta- impallidì Siliconi, e fece per uscire.
-Quale sarà il suo bonus di apertura porte?- Chiese soavemente Satagius.
-Vedo che lei ha afferrato il concetto- disse Talete.
Siliconi uscì, consumando una buona quantità del bonus di improperi.”


sabato 14 marzo 2009


Quando la notte arriva, da queste parti, solleva le ombre da terra come fa la polizia con i barboni in Piazza Duomo. È prepotente, scortese, la notte dalle mie parti.

Alzo gli occhi al cielo: grigio e asettico come ormai da settimane. Mi chiedo se potrò ancora credere alle stelle.

La stazione è un cespuglio di anime. I rari corpi di passaggio hanno gli occhi di chi si è perso molti anni fa. Qualcuno mi passa accanto, mi tocca quel tanto che basta a riversarmi dentro il suo vuoto. Che strano contenitore devo apparire! Prendo il primo treno per Genova. Da quanto tempo non guardo il mare!?

venerdì 13 febbraio 2009

Andrea era un vecchio di vent’anni, e come gli anni dei vecchi i suoi vent’anni non facevano domande. Era l’ultimo dei tre figli dell’anziana Maria, la sarta del paese. Beveva la vita a grandi sorsi, Andrea. Beveva la vita dagli occhi e non parlava mai. Andrea era autistico. Ma aveva una luce prepotente negli occhi che gli dava un’aria sfrontata. Su di lui in paese si era detto di tutto. Alcuni avevano perfino ipotizzato che fosse posseduto dal demonio; altri asserivano di averlo visto camminare nei boschi e cantare con voce di flauto e parlare con Dio. Aveva sempre passato poco tempo con i suoi coetanei e molto nei boschi, il ragazzo.
Andrea conosceva il segreto dell’amore. Glielo aveva confidato un alberello pettegolo del Bosco dei Pegni in un mattino assolato di primavera. Era stato Andrea ad attaccare bottone col solito insistito silenzio. Gli aveva visto indosso foglioline fresche e morbide come latticini e gli aveva domandato il perché di quell’abito nuovo. Così l’alberello gli aveva rivelato con un fruscio di fronde di aspettare per il pomeriggio un pettirosso del cui canto era profondamente innamorato. Lo aspettava da molti anni e per anni ogni mattina aveva interpellato la vecchia quercia che sapeva leggere il vento. E l’oracolo aveva letto lo spartito del vento, cercando fra le note il battito d’ali del pettirosso. Solo la notte prima il vento generoso di ponente che porta il profumo del mare gli aveva annunciato il tanto atteso ritorno.
- E se dovesse preferire i rami di un salice ai tuoi? E se partisse ancora e per non tornare più? - Esclamò Andrea, coi denti stretti e il cuore in fiamme.

- Sono un albero – aveva sospirato il piccolo abete – non so inseguire l’amore, ma so conservarlo.

venerdì 16 gennaio 2009

Le stazioni non sono posti per un addio. Troppo rumore. Le parole son poche e si confondono. Troppo serrati i tempi, troppo rapida la partenza. E poi gli addii si dovrebbero consumare a piedi. Chi parte porta via così tanto con sé che almeno dovrebbe lasciare a chi resta l'illusione di una distanza colmabile.
Così, come ogni giorno, il vecchio Tobia andava trascinando il consunto impermeabile marrone fuori dalla piccola stazione di Tuctù, masticando pensieri e parole e, di tanto in tanto, sputando sentenze.
Da vent'anni ogni mattina Tobia si svegliava presto per andare in stazione a veder partire il primo treno, l'espresso delle 6:40 per Escondita, il treno che prendono le ultime stelle e le donne che non tornano, quello che porta in paese l'alba più fresca e voluttuosa, i primi sospiri. E Orazio, il capostazione, si era affezionato così tanto a quel vecchio che fischiava in ritardo la partenza pur di consentirgli quel caro saluto. E nessuno sapeva dire a chi pensasse l'anziano Tobia ogni mattina,quale ritorno invocasse o quale partenza narrasse al cuore. Quel che è certo è che non c'era donna in paese, per quanto sola fosse, che partisse all'alba senza un saluto.
 
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